La studiosa Marianna Zanetta discute del problema dell’aborto e della mitologia che nasce intorno alla questione.

Quando in una società si cerca di definire con la maggior esattezza possibile oggetti, eventi e avvenimenti, in particolare quelli che più di altri influenzano o connotano lʼesistenza umana, si rischia inevitabilmente di scivolare sul crinale della polarizzazione. Ogni definizione, infatti, è anche esclusione: porta con sé una scelta di ciò che quel dato oggetto, evento o fatto non è. Definire vuol dire compiere delle scelte, e una volta che la scelta è stata fatta, tutto ciò che non è al suo interno è per forza di cose in sua opposizione. La società che per praticità chiameremo “occidentale” è una realtà di questo genere, nella quale si cerca di evitare le zone grigie e si procede a distinzioni e definizioni il più possibile nette di quella che è la realtà sociale, emotiva ed etica. In una società di questo genere lo scontro, spesso aspro, tra posizioni opposte diventa inevitabile, e risulta difficile trovare spazio per la mediazione e per lʼanalisi concreta di quella che è la quotidianità. Questa predisposizione, o struttura mentale, diventa più evidente laddove ci si trovi ad affrontare argomenti di grande rilevanza etica e morale, primo fra tutti quello dell’aborto.

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